Sogno di molte notti d’estate

Mentre si avvicina inesorabilmente la fine di questa lunga estate calda…. un nuovo sogno prende forma… caro Macbeth, sei pronto per essere adattato? Dì di sì…

Ellen Terry as Lady Macbeth 1889 John Singer Sargent 1856-1925 Presented by Sir Joseph Duveen 1906 http://www.tate.org.uk/art/work/N02053
Ellen Terry as Lady Macbeth 1889 John Singer Sargent 1856-1925 Presented by Sir Joseph Duveen 1906 http://www.tate.org.uk/art/work/N02053
Annunci

The Three Wise Men are coming!! La dodicesima notte 4 kids and A Double Heart for His Single One on special offer from tomorrow on best online stores

The Three Wise Men are coming… carrying some Shakespeare!!!

Maybe it’s not gold, frankincense and myrrh, but it’s ok all the same, isn’t it?

And surely quite instructive, and, above all, that’s fun!

To celebrate the arrival of 2015 and the festivity which inspired the Bard for his comedy’s name, starting from tomorrow and to the end of January both my e-books, which I self-published via Narcissus.me platform, and thanks to the precious help of amazing writer and especially pearless friend Rita Charbonnier and her editorial services agency Scrittura a tutto tondowill be on sale online at the very special price of € 0,99.

                        Cover by Valentina Marinacci

Available on your favorite e-book store or searching on listed below websites:

DA OGGI ONLINE: “LA DODICESIMA NOTTE 4 KIDS”, DI GERMANA MACIOCCI. EBOOK DELL’ADATTAMENTO PER BAMBINI DALL’OPERA DI SHAKESPEARE

SIAMO DELLA STESSA MATERIA
DI CUI SONO FATTI I SOGNI,
E UN SOGNO ORA, PER ME, E’ DIVENTATO REALTA’.

WE ARE SUCH STUFF AS DREAMS ARE MADE ON,
AND A DREAM COME TRUE FOR ME NOW.
(Germana Maciocci)

IN VENDITA ONLINE

cover12thNight

Da Shakespeare ai nostri bambini: un adattamento in lingua italiana in versi (solo le canzoni sono state mantenute identiche alle originali) de La Dodicesima Notte, destinato sia alla visione sia alla messa in scena da parte dei più piccoli, un lavoro svolto con impegno e passione, nel pieno rispetto del testo originale inglese.

From Shakespeare to our children: an adaptation in Italian verse  (only the songs were kept identical to the originals) of the Twelfth Night, directed both to the vision and the staging by our little ones, a work with commitment and passion, in full respect of the original English play.

All for Will and Will for Love!!

Re Lear, da Le Storie di William Shakespeare di Leon Garfield, Parte 5 – traduzione di Germana Maciocci

Anche il conte di Gloucester, nel frattempo, era venuto a sapere per lettera dell’imminente arrivo delle truppe francesi, e, vile quale egli era, aveva nascosto la notizia sia al duca che alla duchessa di Cornovaglia. La vita del vecchio conte, come quella del regno intero, era ormai in rovina. Edgar, il suo primogenito, era stato accusato di tradimento; fuggendo, diventando un ricercato. Il messaggero del re era ai ceppi fuori dalla porta del suo stesso castello; e il conte non era ormai neanche più padrone a casa sua. Ovunque si girasse, vedeva i servitori armati del duca; ovunque andasse, si ritrovava a dover affrontare il malcontento del duca e della duchessa, iniziando a sentirsi non meno di un intruso. Gli avevano sottratto anche l’ultima sua consolazione, il suo fedele figlio Edmund, il quale passava più tempo ormai con il duca e la duchessa, che con suo padre, il conte.

Finché all’improvviso, simile a una tempesta a cavallo, arrivò il re! Con i bianchi capelli e la bianca, folta barba scompigliata, a circondare il volto arrossato, come un sole in inverno, egli chiese di poter parlare con il duca di Cornovaglia e sua moglie, i quali avevano osato mettere ai ceppi il suo messaggero. Pieno di angoscia, il conte corse a portare il comando del re ai suoi importanti ospiti;e ancora più angosciato ritornò con la loro fredda risposta. Il re lo fissò stupito.

“Si rifiutano di parlarmi! Sono indisposti! Sono stanchi perché hanno viaggiato tutta la notte!”urlò. “Trovami una scusa migliore!”

“Mio caro signore”, tentò Gloucester, preso in mezzo all’ira del suo vecchio padrone e alla fierezza dei nuovi, “sai quanto il duca sia irruento”.

“Vendetta! Maledetti! Morte e sventura!” ruggì il re. “Irruenza! Da quando si tratta di una qualità?” esclamò, mandando di nuovo il conte a chiamare il duca e la duchessa, i quali, infine, arrivarono, e allora il messaggero fu liberato; ma il re a malapena si accorse della sua partenza, perché finalmente Regana, la sua amata figlia, lo aveva raggiunto; e quale altro padre aveva una figlia preziosa quanto Regana? Il suo cuore era talmente colmo di amore per lei, che il re iniziò a confidarle, in un tumulto di parole, più simile a un bambino ferito che si rivolge alla madre amata, tutte le ingiustizie che aveva subito dalla sorella maggiore.

Regana però lo interruppe. “Non credo che mia sorella abbia mancato nei vostri confronti” disse questa freddamente.

Il re sussultò, ondeggiando leggermente, come portato dal vento; quindi si fermò a fissarla. Aveva sentito bene? Era proprio lei, Regana, la sua tenera, affettuosa Regana, che aveva parlato di fronte a lui, l’insensibile duchessa, insieme al suo duro coniuge? No, non poteva essere lei, non con quella voce crudele che lo dichiarava vecchio e con un piede nella tomba, ormai incapace di prendersi cura fin di se stesso; la stessa che affermava che Gonerilla era stata giusta nel rimetterlo al suo posto, e che egli avrebbe dovuto tornare indietro da lei in ginocchio, chiedendo umilmente perdono! Non poteva essere Regana, e lui non l’avrebbe maledetta come aveva fatto con Gonerilla. Doveva trattarsi di un mostro che ne aveva preso le sembianze, perché sua figlia non avrebbe mai rinnegato l’amore dichiarato al padre, tantomeno si sarebbe rivelata tanto ingrata. Non era come Gonerilla.

“Oh dei del cielo, se amate chi è ormai vecchio come me, scendete sulla terra e difendetemi!” urlò il re con un brivido di angoscia.

Re Lear, da Le Storie di William Shakespeare di Leon Garfield, Parte 4 – traduzione di Germana Maciocci

Il castello del conte di Gloucester si ergeva imponente contro il cielo tetro, simile a un pensiero oscuro in una mente malvagia. Fuori dalle porte, spesse e blindate, sedeva un uomo, dall’apparenza tranquilla e paziente, con le gambe imprigionate da robusti ceppi di legno. Era lì da tutto il giorno ormai, il messaggero del re, messo alla gogna come un comune vagabondo.

Il duca e la duchessa di Cornovaglia avevano dato ordine di imprigionarlo, nonostante le proteste del duca di Gloucester, che pensava fosse una mancanza di rispetto nei confronti del re, trattare in modo così irrispettoso il suo messaggero. Ma il messaggero se l’era cercata, scontrandosi con un tale Osvaldo, maggiordomo della duchessa di Albany, che sopraggiungeva con un messaggio per Regana. Sarebbe stato d’insulto per Gonerilla, che considerava Osvaldo ancora più del suo stesso consorte, il mite duca, se l’aggressore del suo fedele servo non fosse stato punito con severità. Quindi il messaggero del re era stato messo ai ceppi; e lì sedeva, con nient’altro che i suoi pensieri ad accompagnarlo e confortarlo.

Egli era vestito in modo grossolano, con la barba incolta, il linguaggio rude. Si trovava da poco al servizio del re; eppure aveva visto come Gonerilla aveva trattato suo padre, e si era indignato a tal modo, come se avesse servito il vecchio re da tutta la vita. Sospirava e sorrideva mestamente, poiché in realtà aveva servito e amato re Lear per tutta la vita. Il re non lo aveva riconosciuto, a causa del suo vestito umile e della barba irsuta. Il suo travestimento metteva in mostra, invece di nascondere, la sua natura schietta e sincera. Egli era infatti il conte di Kent, il quale, bandito dal re, era ritornato per vegliare sul suo amato sovrano.

Kent aveva inviato lettere a Cordelia, in Francia, informandola riguardo la situazione del regno, che peggiorava di momento in momento, del conflitto in corso tra i duchi di Albany e Cornovaglia, e della sofferenza di suo padre. Il conte non era felice di vedere  avverarsi i suoi tristi presagi. Il suo unico conforto, mentre sedeva con le membra e il cuore dolenti, era aver ricevuto la notizia che dalla Francia un’armata era appena giunta a Dover, accompagnata dalla stessa Cordelia. Se ne stava quindi lì imprigionato, fischiettando per tenere alto l’umore, pensando che presto la pena di re Lear avrebbe trovato il giusto sollievo.

Re Lear, da Le Storie di William Shakespeare di Leon Garfield, Parte 3 – traduzione di Germana Maciocci

Re Lear cavalcava nella notte. Alto, su di un enorme cavallo scuro, il vetusto re, in mantello e cappuccio di pelliccia e velluto pesante, andava attraverso lande e foreste, villaggi stravolti e borghi spauriti, con cento cavalieri al seguito. Dietro di lui, appeso alla sua schiena come una gobba molle, una figura minuta e singolare, vestito di mille colori e con il volto bianco come la neve. Era il suo buffone, che il re amava tanto, e che nonostante si prendesse gioco della sua pazzia, facendo versi alla sua follia, al momento gli era più caro delle sue stesse figlie. Gonerilla gli aveva mostrato il suo disprezzo; ma il suo odio non era che una candela, rispetto all’incendio di rabbia che si era sprigionato nel cuore di Lear nei confronti della sua primogenita.

Ella lo aveva infatti disprezzato, svilito, aveva dato ordine ai suoi servi di trattarlo in malo modo! Gli aveva perfino ordinato di dimezzare gli uomini del suo seguito! Per lei non era più che un vecchio noioso e rumoroso, e lo aveva cacciato via con disdegno. In meno di due settimane, l’ardente amore che aveva professato per lui di fronte al trono si era ridotto in fredde ceneri. Il re l’aveva maledetta;  perché nessun padre ebbe mai una figlia più crudele di Gonerilla!

Ma c’era sempre Regana, la sua amata Regana, che aveva giurato che il suo affetto per lui era ancora più profondo di quello della sorella maggiore. Era da Regana che stava cavalcando così di gran lena, ma non verso il suo palazzo, perché sia lei sia il duca di Cornovaglia erano al momento ospiti del conte di Gloucester. Fatto piuttosto strano, poiché il re aveva mandato un messaggero per avvertirla del suo arrivo; eppure lei era partita lo stesso. Come ogni padre al suo posto, egli cercava di trovare delle giuste scuse per il comportamento di Regana… ma come mai il messaggero, che l’aveva seguita nel suo viaggio, non era ancora tornato?

Re Lear, da Le Storie di William Shakespeare di Leon Garfield, Parte 2 – traduzione di Germana Maciocci

Più tardi vi fu un eclissi sia di luna che di sole, e mentre tutto era avvolto nella tenebra più assoluta, mendicanti e folli vagabondi si ritiravano pieni di terrore sotto cespugli e in cunicoli sotterranei. Quindi disordini e disgrazie si diffusero ovunque, palazzo reale incluso, dove il re impazzito aveva bandito Kent e rinnegato la buona Cordelia. Sicuramente la fine del mondo era vicina! Re contro suddito, padre contro figlia…. e ora, figlio contro padre! Il conte di Glucester, un altro anziano padre del regno orfano di Lear, ritornando presso il suo castello, venne a sapere che Edgar, suo figlio maggiore, complottava per ucciderlo.  A informarlo fu Edmund, il figlio più giovane, il quale gli mostrò addirittura una lettera, scritta con la calligrafia di Edgar, nella quale, chiaro come il giorno, veniva palesato il sanguinoso piano di Edgar, che prevedeva il compimento di un gesto, al contrario, nero come la notte!

“Oh malvagia canaglia!” gemeva il conte, torcendosi le mani in preda alla sua pena. “Snaturata, detestabile, crudele canaglia!”

Quindi Edmund, intelligente e di bell’aspetto, dopo aver posato gentilmente la mano sul braccio del padre per confortarlo, andò in cerca di Edgar, per avvisarlo, da fratello a fratello, che il loro genitore, per una qualche causa ignota, era adirato contro di lui, in maniera così violenta da mettere in pericolo la vita di Edgar, e che, fino al momento in cui Edmund non fosse riuscito a ricondurre il conte alla ragione, era meglio per quest’ultimo se si fosse tenuto lontano dal castello.

Edgar, che era di cuore nobile quanto Cordelia, credette alle parole del fratello e, tremendamente scosso e preoccupato, fuggì come un ladro dalla casa di suo padre.

Guardandolo andar via, Edmund sorrise. Egli disprezzava e invidiava suo fratello, il quale in quanto legittimo avrebbe ereditato tutto. Egli invece era il mero frutto della lussuria di suo padre, e non avrebbe ottenuto nulla se non avesse provveduto da solo a soddisfare i propri scopi. “Se non per nascita, avrò la mia eredità grazie alla mia astuzia”, mormorò Edmund. Era stato infatti lui a scrivere la lettera e a inventare il complotto.