Rotte d’Europa, di Marina Torossi Tevini. Recensione di Giovanna Mozzillo

RotteDEuropaCopertinaOggi ho il piacere e l’onore di “ospitare” la scrittrice Giovanna Mozzillo, che mi ha chiesto, con la squisita gentilezza che la contraddistingue, di pubblicare la sua recensione di Rotte d’Europa, di Marina Torossi Tevini.

Qui di seguito pubblico il suo pensiero su questo libro, ringraziandola per la fiducia dimostratami con la sua richiesta, e per il pregio che regala,  con la sua partecipazione, a questo umile sito.

Da sempre il viaggio è un’occasione per riflettere, sia perché rappresenta una pausa rispetto agli impegni abituali e quindi lascia la mente libera di soffermarsi su problematiche alle quali, sebbene siano essenziali, nella routine di tutti i giorni non abbiamo il tempo e la calma di dedicarci, sia perché il confronto con la “diversità” ci aiuta ad analizzare con maggiore chiarezza le caratteristiche del paese in cui viviamo e a inquadrare in una visione più ampia la situazione collettiva della nostra epoca.

Una valida conferma di questa enunciazione ci viene dal libro di Marina Torossi Tevini  “Rotte d’Europa”, appena editato da Hammerle Editore di Trieste. Un libro che inoltre ha il merito di sottolineare ed esaltare la molteplicità di stimoli estetici, intellettuali ed emozionali che il nostro continente è ancora in grado di offrire a chi sia disponibile a percepirli.

Allora: un tour che inizia in Bretagna – aspra  e struggente Bretagna, terra di dolmen e di ostriche, dove continua ad alitare la presenza di Merlino e dove il flusso delle maree ci sollecita a interrogarci sulla condizione umana- e che, attraverso un itinerario non lineare, ma volutamente tortuoso – perché è bello vagare senza obbedire a un ordine prefissato, seguendo l’ispirazione del momento – ci porta dal profondo sud all’estremo nord e di nuovo dall’estremo nord al profondo sud, in modo che il panorama si modifica ininterrottamente, ma, attenzione!, l’imprevedibilità dello spostamento non impedisce allo sguardo che osserva di essere sempre attento e acutissimo, capace di individuare ciò che più conta: sottolineando esempi virtuosi e gestioni improvvide e scellerate. Ecco: un esempio virtuoso è certamente la Svezia dove il cittadino gode di una sicurezza sociale impensabile nell’Europa meridionale e dove il problema dell’accoglienza agli immigrati è stato risolto rapidamente e in modo ottimale. Altro esempio virtuoso è l’Olanda dove Amsterdam ha saputo riciclarsi da capitale della trasgressione a città per famiglie. Per non parlare della Germania, stato dove, malgrado la delusione che inevitabilmente è subentrata all’entusiasmo che seguì l’unificazione, bisogna riconoscere che tutto funziona. Diverso è il discorso per la Spagna che non ha saputo sfruttare senza comprometterla la ricchezza naturale di cui era dotata  (e centratissima mi pare l’osservazione che le regioni  del nord hanno saputo conservare la loro identità molto meglio del sud sfigurato dalla speculazione edilizia), come d’altronde è purtroppo avvenuto pure in Italia,  nazione che per tanti versi alla Spagna è sorella, con l’aggravante che la nostra politica è miope e clientelare, anche  perché, dopo tanti secoli in cui siamo stati sottoposti a potenze straniere, da noi quello con lo stato è un rapporto non tra cittadino  e potere, ma tra servo e padrone.

Insomma con l’autrice ci trasferiamo dalla Costa Brava a Lisbona, da Lisbona  a Oslo,  da Oslo a Helsinki e a San Pietroburgo, e, prima di ridiscendere in Dordogna, approdando infine nell’arabeggiante atmosfera di Tarifa, abbiamo anche il tempo di respirare l’atmosfera fiabesca di Tallin e di avvertire lo straniamento di Danzica.  Un lungo vagabondaggio in cui, alla gioia che ci procura il variare dei panorami, si accompagna costantemente l’inquietudine (ma è un’inquietudine fruttuosa perché solo dal dubitare e interrogarci potrà forse scaturire la salvezza) indotta dalle domande che l’autrice pone a se stessa e a noi.

Nell’impossibilità di soffermarmi sui tanti potenziali temi di dibattito affrontati nel testo cito quelli che più mi hanno colpito (ma sarebbero da approfondire tutti).

Dunque, prima considerazione: oggi, rispetto agli anni cinquanta, il tenore di vita è certamente migliorato, ma questo non vuol dire che stiamo meglio, perché allora eravamo pieni di speranza, oggi il pessimismo dilaga. E poi, ed è alienante, siamo divenuti schiavi del più sfrenato consumismo, abbiamo la “nevrosi dell’usa e getta”  e dobbiamo constatare quanto fu presago Calvino, allorché ne “Le città invisibili” descrisse Leonia, dove ogni giorno tutto veniva rottamato e sostituito.

Seconda considerazione: a volte dal male germina il bene e la crisi potrebbe aprirci gli occhi inducendoci  a investire in settori in cui la produzione non sia fine a se stessa, come la conservazione del patrimonio ambientale, la cura delle persone e i servizi. Dobbiamo però tener presente che rispetto a noi i paesi del nord sono agevolati  dal livello di istruzione media più elevato (che inoltre rende meno facile l’attecchire della demagogia).

Ma, terza considerazione, sia i paesi virtuosi che quelli “sconsiderati” (come il nostro) sono accomunati dal diffondersi di una paura che aleggia ovunque, anche se in genere non viene esplicitata. E cioè:  fino a quando continuerà a reggere questo tipo di capitalismo? Riusciremo a evitare che prima o poi giunga il giorno fatale del “redde rationem”?

E tuttavia l’autrice ci invita a non scoraggiarci: forse in fondo al tunnel è possibile scorgere la luce. Forse un nuovo Lancillotto ci aiuterà a reinventarci e a creare  una società a misura d’uomo.

Concludo, ma prima mi sento tenuta a sottolineare come in un momento quale quello che stiamo vivendo (credo il più angosciante che il mondo abbia affrontato dalla fine della seconda guerra mondiale) il libro della Torossi Tevini riesca utilissimo, anzi, direi, necessario, perché costituisce un generoso aiuto alla comprensione e  un valido stimolo a un collettivo e severo esame di coscienza.

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