Dylan Dog e la sindrome di Asperger: molto fumo e niente arrosto. Recensione del numero di aprile 2015

Cari lettori,

non è mia abitudine, come sa chi mi conosce bene, postare recensioni e commenti che possano creare flame e polemiche inutili. Ma quando ce vò ce vò.

Ieri, tornando a casa, decido di passare in edicola, acquistando l’ultimo numero del fumetto Dylan Dog, che da adolescente compravo abitualmente, apprezzandone storie e disegni. Non sono una patita del genere horror, ma quando si tratta di prodotti di qualità, come era per me questo fumetto, l’appuntamento mensile era d’obbligo.

Parlo al passato, perché, mentre i disegni del numero di aprile “Fumo della battaglia” – titolo che d’altra parte non ha senso, se non quello a mio avviso raffazzonato, dell’ultimo secondo, o potrei dire “all’ultima vignetta” – la sceneggiatura è talmente piena di buchi – neri, trattandosi di horror – che farebbero rivalutare a Hawking le sue teorie.

Nota: Avviso spoiler!! Chi volesse leggere il fumetto, sappia che la recensione seguente contiene spoiler a profusione. Non dite che poi non vi avevo avvisato e che vi ho tolto il piacere alla lettura, eh!

Partiamo dall’inizio: una madre (ancora molto giovane e carina) sta chattando con un’amica, in casa, di notte, tramite un portatile , e da quanto si capisce dalle vignette e dal dialogo, è appena passato un anno da quando ha perso suo figlio. Mentre sta per spegnere tutto e andare a dormire, indovinate chi la contatta? Proprio il bambino, Joy, che dichiara di essere solo e di avere paura. Ora, al di là della scelta trita e ritrita dal punto di vista della sceneggiatura del “contatto” via chat (e, più avanti, tramite televisione…) tra l’aldilà e l’aldiqua, quando, naturalmente la donna decide di rivolgersi all’indagatore dell’incubo, inizia il divertimento – lo scrivo con sarcasmo, naturalmente.

Si scopre che la madre è single e che il bambino è Asperger, definita in una delle nuvolette come “..forma di autismo leggera, subdola, li chiamano “borderline”…”. Il bambino viene descritto come “ossessionato dal senso della vita, sa, le domande che tutti facciamo: chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando…” E la sua “fissa” si manifestava prevalentemente nel leggere solo libri sull’aldilà, buonanima (su dinosauri o treni no???) Madre e figlio vivevano di un rapporto simbiotico, di amore assoluto, dice lei.

Ora, al di là della definizione a mio avviso carente di sindrome di Asperger – borderline da cosa? quale sarebbe il border secondo l’autore? – è sorprendente come una mamma che, fino a poco tempo prima di trovare lavoro, indigente e abbandonata anche economicamente dal marito, potesse permettersi e permettere che il figlio di dieci anni facesse indigestione di libri filosofici sulla vita eterna… Inoltre, tenendo conto del fatto che la storia è ambientata in Gran Bretagna, a Londra, ai giorni nostri, la cosa ancora più sorprendente è che la tizia, trovando finalmente un lavoro per mantenere se stessa e il figlio, decida di rinchiuderlo in un istituto… Ma manco Dickens – e neanche in Italia, dove l’Inps fa sì fatica, ma, qualcosa, fa.

La donna inoltre racconta a Dylan Dog come il bambino, lontano da lei, avesse iniziato a peggiorare – ma va, chissà come mai… – e che la sfuggisse… Prima dici che eravate tutto uno per l’altra, poi ti stupisci che tuo figlio, intelligentissimo e autistico, è incarognito perché lo hai abbandonato, nel 21mo secolo? Ma stamo a scherzà? E che tra l’altro non faccia altro che disegnare omini con i capelli dritti, le braccia spalancate e senza piedi, che sembrano usciti da un film di Tim Burton? Ma dall’indigatore dell’incubo non ci potevi andare prima? Tanto più che alla fine il bambino muore perché si butta da una finestra – o almeno così dice il direttore della clinica.

La storia prosegue facendo vedere Joy che vaga in paesaggi desolati, in pigiama, con una candela che accende e spegne in continuazione, per non farsi seguire da delle bestie demoniache di non ben chiara origine, fino ad arrivare a un angelo enorme, legato a dei pali, con ferite sanguinanti ovunque, e con uno squarcio nell’addome nel quale nasconde il bambino ai suoi persecutori. A parte i soliti banalismi – l’incontro con un misterioso fantasma e naturalmente l’accoppiamento mensile del protagonista, con la mamma disperata, of course – a un certo punto Dylan si ricorda che, quando era andato a trovare il direttore, questi aveva i piedi che non facevano ombra – testuali parole – e, visto che non ci aveva fatto caso allora, giuda ballerino, decide di introdursi di notte nell’edificio, dove trova alcuni bambini che restano rinchiusi con lui in una stanza, mentre il direttore, che si scopre sia posseduto da un demone, cerca di dar fuoco a tutto. Joy quindi non si era buttato da solo dalla finestra!! Evviva!!! (Per modo di dire).

Il motivo, di tutto sto casino non si capisce bene: apparentemente a causa dell’eterna lotta tra il bene e il male (vi risparmio altri, innumerevoli punti interrogativi, miei, insieme al resto della storia)

Ora, come diceva il vecchio Wilde, non ci sono libri morali o immorali, ci sono libri scritti bene o scritti male. Lo stesso vale per qualsiasi altra forma d’arte: non dico che l’autore (tanto bravo come disegnatore eh) avrebbe dovuto frequentare un seminario con Tony Atwood prima di scrivere questa storia, diciamo solo che non ho apprezzato il pretesto del bambino “diverso” e in particolare Asperger per tirare su una storia senza capo né coda, e parlo da un punto di vista non solo oggettivo, artistico: non si dovrebbe strumentalizzare un argomento così serio per mancanza soggettiva di fantasia.

Quando leggevo Dylan Dog, una ventina di anni fa, le storie erano fantastiche si, ma si attenevano al reale, chi scriveva si era documentato prima insomma, per questo potevano impressionare il lettore, in quanto ambientate in una “normalità” resa anormale dall’intervento di fatti inspiegabili, all’inizio senza senso, che l’investigatore tramite il suo quinto senso e mezzo famigerato, riusciva quasi sempre a spiegare. Per cui parlate, scrivete e disegnate di autismo, ma con cognizione di causa, grazie.

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