—- Mistake me not: Shakespeare’s Coriolanus —-Riscritture, Critica e Rappresentazioni in Inghilterra tra il 1681 ed il 1789, Conclusione – di Germana Maciocci

 

‘The new versions of Shakespeare’s plays may be divided roughly into three classes. There are the adaptations which are indefensible, of no interest save as awful examples of what can be produced by irresponsible tinkering. There are others which are regrettable, but of considerable historical interest because of their honest and misguided endeavour to remove a supposed blemish and to make the play suit better the new conditions and the new taste. And there are others which, though suggested by Shakespeare’s, or based on his, are in fact independent and original dramas.’1

 

Gli adattamenti del Coriolanus di Shakespeare trattati nel corso della presente tesi appartengono tutti alla seconda categoria citata da Smith. In particolare, i primi due in ordine cronologico, quelli cioè di Nahum Tate e di John Dennis, possono essere giudicati criticabili in un primo momento, ma in seguito ad un attenta analisi del contesto politico e culturale contemporaneo agli autori, le scelte di questi ultimi possono facilmente risultare comprensibili e, in qualche modo, giustificabili: come afferma Silvio D’Amico, ‘L’imitatore d’un’opera d’arte cristallizza l’interpretazione e il gusto del tempo in cui lavora; col passare degli anni…come nel cadavere di Mr. Hyde, nel film tratto dalla famosa novella di Stevenson, a poco a poco affiora il profilo di Jekyll, così nella falsificazione emerge a grado a grado al di sotto del travestimento il profilo del falsario.’2

È quindi poco auspicabile eliminare a priori la possibilità di un’alternativa alle opere shakespeariane, senza conoscere, o almeno ipotizzare, le motivazioni  che si trovano dietro al lavoro degli autori, e soprattutto il loro grado di conoscenza delle ragioni che sono a loro volta all’origine delle creazioni di Shakespeare. D’altra parte, la critica storico-contestuale si è venuta ad affermare in tempi piuttosto recenti, per cui non dovrebbe sorprendere più di tanto lo stravolgimento e l’adattamento durante e dopo la Restaurazione dei valori rinascimentali espressi da Shakespeare, – come ‘forte senso della gerarchia sociale, virili virtù di fortezza e costanza che non escludevano scoppi d’ira magnanima, sete d’onore e di magnificenza,…esaltazione  della lealtà e dell’amicizia, la pubblica ignominia ritenuta la peggior disgrazia che possa capitare a un uomo, giustificazione del suicidio e del duello ed esigenza di  morire in modo esemplare,’3 –  alla luce dello studio e della comprensione dei valori propri di ogni epoca – tanto più che, attualmente, il panorama teatrale è tutt’altro che restio ad interpretare liberamente le opere del passato.

D’altra parte, come sostenuto nell’introduzione, il personaggio di Coriolanus nelle mani di Shakespeare sembra presentare il maggior grado di ‘umanità’: il generale romano viene rappresentato abilmente dall’autore come coerente in ogni suo pensiero o azione e totalmente privo di ogni ambiguità, ma allo stesso tempo estremamente complesso e, a tratti, imprevedibile – come potrebbe essere un uomo reale, quindi, e non il mero prodotto della fantasia di uno scrittore.

È certo che le affermazioni e le gesta di Coriolanus non sono poi totalmente esenti da facili fraintendimenti: la sua ricerca di un modo di esprimersi ed imporsi al di fuori dei codici rispettati dalla società in cui vive è una ricerca contraddittoria, in quanto in mancanza di tali codici nessun uomo sarebbe capace di affermarsi, senza potersi relazionare ai propri simili di fronte a delle norme di comportamento prestabilite, soprattutto a causa della pluralità di ogni carattere.

Questo accade a Coriolanus: cercando di imporre la propria interpretazione degli eventi come assoluta, egli si pone in conflitto con chi lo circonda, non solamente con i cosiddetti nemici, ma anche con gli amici e i familiari che, pur riconoscendo le sue ragioni, comprendono l’importanza di essere in qualche modo ‘domati’ dalla società romana, perché al di fuori di essa si è soli contro tutti e, di fatto, impotenti.

Come spesso ricordato durante l’esposizione, la forza di Shakespeare nella creazione del personaggio di Coriolanus risiede nell’impiego di una visione ‘polifonica’ dell’eroe, ottenuta grazie ai commenti degli altri protagonisti che, nel corso del dramma, ne interpretano le azioni ed pronunciano giudizi riguardo la sua personalità. Di conseguenza, per il lettore o lo spettatore risulta difficile esprimere un’opinione decisiva per definirne il carattere: Coriolanus non è soltanto come lo descrivono Volumnia, Cominius e Menenius, ma è anche come lo vedono Aufidius, i cittadini, i tribuni, Adrian e Nicanor e gli ufficiali che all’inizio della seconda scena del secondo atto dell’opera vengono raffigurati nel semplice atto di sistemare i cuscini sulle panche del Senato.

Questa rappresentazione ‘complessa’ del personaggio principale, abbiamo riscontrato, viene totalmente a mancare nelle opere di Nahum Tate e di John Dennis, e ne resta solamente qualche accenno nelle interpretazioni di Thomas Sheridan e John Philip Kemble – che per la loro peculiarità di abile collage tra l’opera di Shakespeare e quella di Thomson si avvicinano di più alla ‘perfezione’ dell’originale, grazie soprattutto al raggiungimento, rispetto ai loro predecessori, di un maggior grado di coerenza tra  concetti espressi nel testo ed azione scenica vera e propria.

Si potrebbe concludere affermando che, per quanto contestabili e, in certi casi, di dubbia qualità, le versioni di Tate e di Dennis, che adattano il Coriolanus al pensiero politico di due opposte fazioni, e quelle di Sheridan e Kemble, che utilizzano l’opera come espressione del sogno di un’antica epoca d’oro e si avvalgono della parte del condottiero per mettere in evidenza le loro capacità istrioniche, non fanno altro che confermare la molteplicità dei messaggi, a volte contraddittori, ma comunque sempre attuali, contenuti nelle opere shakespeariane, e in particolare nel Coriolanus.


1 D.N. Smith, Shakespeare in the XVIIIth century,  op. cit. p. 16.

2 Silvio D’Amico, in Jan Kott, Shakespeare nostro contemporaneo, op. cit. Introduzione p. xvi.

3 Silvio D’Amico, in Jan Kott, Shakespeare nostro contemporaneo, op. cit. Introduzione p. xiii.

 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...